NORVEGIA

tour 2012

“La natura pare ferma,

ma prestando attenzione,

tutto si muove, si fa notare, brulica, occhieggia, sussurra.”

(MauroCorona)

 

Giovedì 12 luglio
In qualsiasi ora e in qualsiasi giorno dell’anno, se l’uscita da Milano è dalla parte opposta della nostra abitazione, sia che scegliamo l’attraversamento della città, sia che percorriamo le tangenziali, impieghiamo almeno un’ora per lasciare Milano.
Partiamo puntuali da casa come da programma alle ore 19.00, posteggiamo il camper al San Bernardino alle ore 21.30.

Venerdì 13 luglio
Alle ore 5.00 la pioggia dà la sveglia a tutti i mezzi posteggiati nel grande piazzale. Noi ci giriamo nel letto e ci riaddormentiamo sino al suono della sveglia, mentre molti camionisti in breve tempo si mettono in moto.
Ci mettiamo in viaggio alle ore 7.30, direzione nord. La lunga galleria ci porta nella terra di Heidi, che percorriamo martellati dalla pioggia. Svizzera, un breve tratto in Austria, Germania. Lo spostamento verso nord ci fa incontrare condizioni meteorologiche migliori. Il cielo grigiastro solo a tratti non sa trattenere la sua umidità. Il traffico è intenso, talora rallentato dai numerosi cantieri stradali, che obbligano a cambiare corsia e limitano la velocità, ciò nonostante è scorrevole e disciplinato.
Considerate le pause di riposo e quella per il rifornimento del camper, raggiungiamo Göttingen in dieci ore. Il quartierino residenziale che lo scorso anno era in costruzione in prossimità dell’area camper è ultimato. Nella
Bäckerei compriamo il pane fresco e un dolcetto.

Sabato 14 luglio
Pioggia, pioggia e ancora pioggia è stata la sinfonia della notte e il buon giorno. Lasciamo l’ospitale area camper di Göttingen alle ore 8.00, ci attendono poco più di seicento chilometri. Cerchiamo senza successo il
Lidl, dove lo scorso anno avevamo fatto la scorta di birra, si sa che la birra tedesca è la migliore, quindi ci immettiamo in autostrada direzione Hannover.
Il tempo migliora, ora la pioggia è solo acquerugiola, che con il passare dei chilometri diventa sempre più fine fino a cessare. Osserviamo il paesaggio, sembra che qui non sia ancora arrivata l’estate. Solo l’orzo è maturo, la segale è ancora verde e i campi di patate stanno iniziando la fioritura. Proseguendo verso nord al miglioramento del tempo si accompagnano campi più maturi. Questo ci sembra un buon auspicio.
L’autostrada è molto trafficata, numerosi sono i cantieri e altrettanto i rallentamenti. Eccoci ad Amburgo. E’ un nodo cruciale, che pone tutti in coda, da qualsiasi direzione si provenga. Spezziamo questa fatica con la sosta pranzo e poi, sostenuti dalla nostra buona musica, ci rimettiamo in marcia direzione Puttgarden, dove ci imbarcheremo verso la Danimarca, non senza aver comperato l’agognata birra.
Giunti a Puttgarden, nel piccolo borgo vacanziero non troviamo empori alimentari. Che fare? La fortuna ci assiste. Vediamo un baffuto signore che maneggiando uno strano aggeggio passa una fiamma sul ghiaietto del giardino di casa sua. Ci fermiamo e come per incanto nella testa di Paola si apre il giusto cassettino che le permette di chiedere con scioltezza dove è possibile trovare un
Markt. Il baffuto, dopo aver corretto la pronuncia di un vocabolo risponde: “Zurück fahren und links fahren und dann rechts”. (Tornare indietro e girare a sinistra e poi a destra). Perfetto, acquistato anche il pane, velocemente raggiungiamo l’imbarcadero.
Qui la rubiconda e spiritosa ragazza della biglietteria vedendo che siamo italiani ci dice che per noi la traversata è gratuita, perché abbiamo battuto la Germania agli europei di calcio. Fosse davvero così! Avremmo risparmiato 87.00 €, cifra che pronuncia subito dopo, abbastanza bene, in italiano. Ci indica la corsia d’imbarco, è la numero 16. Il nostro numero! Ottima rampa d’accesso per questa vacanza!
Mentre le automobili formano lunghe fila nelle altre corsie, noi percorriamo la nostra in completa solitudine. L’addetto all’imbarco ci fa posteggiare nel piano più basso del traghetto, dietro a un pullman, che con noi, fa da contrappeso a un tir fermo sul lato opposto del pianale.
Saliamo in coperta e dopo 40’ sbarchiamo. La Danimarca ci accoglie col sole e la natura. Un uccello rapace, tre caprioli e un airone cinerino sembrano sfilare al nostro fianco mentre nel rispetto dei limiti percorriamo l’autostrada finalmente libera fino a Helsingor, dove ci posteggiamo per la notte vicino al famoso castello, in compagnia di altri camper, tra cui uno italiano.
Ceniamo in modo lombardo:
ris e erburin, quartirolo e grana padano. Intanto in mare aperto transita una nave della Costa in partenza per la crociera tra i fiordi.

 Domenica 15 luglio
In venti minuti traghettiamo e siamo in Svezia. Poi ci immettiamo in autostrada e alle 15.10 facciamo il nostro ingresso in Norvegia.
E’ incredibile l’interconnessione del sistema viabilistico europeo!
Anche oggi affrontiamo un’intensa giornata di viaggio. Essa è allietata nella pausa pranzo da tre beccacce di mare, graziosi uccelletti dal lungo e sottile becco arancione, così come le zampe.
  Un tocco di colore ravviva la loro nera livrea.
Giunti a Oslo, alloggiamo al camping Ekeberg.
  Chiudiamo la giornata festiva ringraziando il Signore attraverso le letture della domenica ambrosiana.
 

Lunedì 16 luglio
Oslo è tra le capitali europee, che abbiamo visitato, quella che ci
  piace meno, perché non ha grandi viali, importanti monumenti, suntuosi palazzi. Pur essendo stata fondata nel lontano anno 1000, non ha tracce della sua lunga storia.
Iniziamo la nostra visita dal
Parco Vigeland, che porta il nome del grande scultore norvegese Gustav Vigeland, che si dedicò a esso per quasi venti anni, adornandolo con le sue sculture bronzee e di granito. Si può dire, che questo parco è un inno alla vita e per noi, che oggi ricordiamo il trentacinquesimo anniversario di matrimonio, è il miglior modo di festeggiare. Le sculture rappresentano la vita degli uomini e delle donne in ogni età e momento e ne svelano le emozioni che i fatti, le situazioni e le relazioni suscitano.
Il giardino è ben curato e profuma di rose. Giuseppe le raccoglie idealmente e le raggruppa in un bouquet fotografico, che dona a Paola.
All’uscita dal parco un primo contrattempo intralcia il nostro programma. Il tram 12, che ci deve portare alla metropolitana con la quale torneremo in centro è “KO”, così è scritto sul display della fermata. Raggiungiamo a piedi la metropolitana e poi con essa la Nasjonalgalleriet. Qui scopriamo che di lunedì è chiusa, mentre sulla nostra guida il giorno di chiusura è indicato come martedì. Non vedremo il famoso “Urlo” di Munch, ma abbiamo tanta voglia di stringere il nostro viso tra le mani e di urlare la nostra disperazione e rabbia. Non lo facciamo, per pudore dei nostri sentimenti. Altri turisti, sconsolati come noi, se ne vanno delusi.
E’ ormai ora di pranzo, pensiamo di festeggiare in un caffè. I prezzi sono proibitivi rispetto a ciò che offrono. Ci sediamo in un fast food, anche qui non si scherza: spendiamo il doppio di quello che avremmo speso in Italia.
Scendiamo al porto e con un battello di linea raggiungiamo la penisola di Bygdoy, che chiude il fiordo della città nella sua parte di sud ovest. In questo quartiere residenziale, costituito da belle ville, sono presenti diversi musei. Visitiamo il Vikingskpshuset. Conserva tre navi vichinghe, un carro, delle slitte e numerose suppellettili, trovati neitumuli funerari di questo antico popolo. I vichinghi usavano seppellire i morti, soprattutto se di rango elevato, con numerosi oggetti. Le navi, il carro e le slitte sono di legno finemente lavorato.
Rientriamo al porto e visitiamo il moderno quartiere, che è sorto dove una volta c’erano i doks. E’ una zona completamente pedonale. I palazzi presentano un’architettura moderna dominata dal vetro e dall’acciaio, Le strade di pietra sono alleggerite da fontane e aiuole.
Prima di rientrare in campeggio, tornati in centro, percorriamo la Karl Johansgate, la principale via della città e visitiamo la cattedrale. E’ una chiesa di medie dimensioni a forma di croce. All’altare barocco, rappresentante l’ultima cena, si contrappone un bell’organo.
La nostra giornata di festa termina con un’appetitosa cenetta casalinga.
 


Martedì 17 luglio
Oggi abbiamo dormito un po’ di più. Prima di lasciare il campeggio provvediamo al carico e allo scarico dell’acqua e mentre sistemiamo il camper, notiamo che in una piazzuola stanno smontando una tenda. L’automobile lì accanto è targata Islanda. Sono i primi islandesi che incontriamo. Arrivano da un’altra terra dei nostri sogni.
Programmiamo Heidi, il navigatore, e partiamo. Appena scesi dalla collina, dove è situato il campeggio, Heidi, che ci deve guidare attraverso la città sull’altra sponda del fiordo, va in confusione, perché nella zona del porto ci sono dei cantieri e la viabilità è sconvolta. In un primo momento al suo smarrimento si associa il nostro, tuttavia, grazie al grande senso dell’orientamento di Giuseppe, riusciamo con un giro strano a imboccare il Ring1 nella giusta direzione e in poco tempo siamo fuori città.
La meta odierna è la valle che separa la regione di Oslo da quella di Bergen.
Inizialmente percorriamo la costa fino a Drammen, poi proseguiamo lungo la statale 40. La strada segue in contro corrente un fiume, che ha una grande portata d’acqua.
Quando la valle si allarga, esso si distende in specchi lacustri. Se il fiume è costretto in forre, ribolle e corre veloce in rapide, cateratte e cascate. Intorno c’è il verde intenso dei boschi e dei campi coltivati.
Ci chiediamo se quel seminato giungerà alla maturazione o se sarà mietuto ancora verde. Raggiunto il fondo della valle, la strada s’inerpica con ripidi tornanti.
In pochi chilometri sale di qualche centinaio di metri e prosegue sull’altopiano. Esso si presenta come un vastissimo tavolato con rocce affioranti. La flora è scarsa, i licheni ricoprono le rocce, l’erba e gli arbusti crescono nelle zone più umide. Sarebbe bello trascorrere la notte qui in alto, ma il camping non esiste più.
Preferiamo quindi scendere lungo il versante opposto e ci fermiamo a Geilo, una nota stazione turistica, votata agli sport invernali. Oggi, essendo estate (ma per noi è quasi inverno, la temperatura è di 12°C), è assopita nel riposo stagionale. Visitiamo la chiesa tutta di legno bianco e azzurro e poi ci ritiriamo.
Anche oggi tra rannuvolamenti e schiarite non abbiamo preso una goccia d’acqua.

 
Mercoledì 18 luglio
Il campeggio di Geilo non è certo da consigliare: è tagliato in due da una strada della viabilità ordinaria, ma noi questo lo abbiamo capito solo al mattino. Alle ore 7.00 la sveglia ce la danno i camion in transito, per fortuna la notte è stata totalmente tranquilla.
Iniziamo il nostro spostamento verso Bergen percorrendo una strada che segue il margine dell’altopiano, per poi scendere ad Aurland. Il tratto di strada che ci riporta in quota sale dolcemente. Transitiamo attraverso una valle incantevole, dove dai dirupi scendono cascate alimentate dai nevai sempre più vicini. Esse danno acqua a dei vitrei laghetti incastonati tra boschi e rocce. Le soste sono frequenti, ogni scroscio è di un’impareggiabile bellezza e merita di essere ricordato.
Lungo la strada incontriamo pecore e capre, che non temono i mezzi motorizzati, anzi impongono i loro tempi. Le madri si attardano in mezzo alla via fino a quando i loro piccoli sono al sicuro.
La zona è poco popolata, molte case hanno il tetto ricoperto di erba, che serve per ridurre la dispersione del calore.
Superato il valico all’altezza di 1200 metri circa, la strada scende in modo repentino con pendenze che raggiungono il 9%. Essa è intagliata nella roccia e ha numerose gallerie, alcune lunghe anche qualche chilometro. Improvvisamente, dall’alto ci appare un lago blu cobalto. E’ l’ora del pranzo, l’area picnic che troviamo con questa vista è proprio un dono.
Ripreso il viaggio, superiamo Aurland e con un’altra decina di chilometri siamo a Flåm. E’ un piccolo borgo sul fondo di uno dei numerosi rami del Sognefjord, il più profondo fiordo norvegese. Siamo sul mare, ma il mare aperto dista da qui 200 km!
Ferme in rada ci sono due navi da crociera, due mostri galleggianti, che hanno scaricato a terra, portandoli con le scialuppe di salvataggio, una frotta di vacanzieri, che ora affolla i negozi di souvenir. Anche noi indossiamo la veste del turista vacanziero ed entriamo in uno dei tanti negozi a curiosare. Tra tanto ciarpame troviamo un simpatico regalino per Niccolò: delle calze antiscivolo con la testa dell’alce. Pensiamo che gli piaceranno, considerato l’affetto che ha per l’alce di peluche che gli abbiamo portato l’anno scorso dalla Svezia.
Poi, ripreso il camper, torniamo indietro e ci fermiamo al campeggio di Aurland su una morbida piazzuola erbosa in riva al fiume.

 
Giovedì 19 luglio
Il sole filtra attraverso gli scuri e ci augura il buon giorno. E’ il terzo giorno di sole, l’aria è frizzante e chiara, ci mettiamo in viaggio. Il programma prevede l’arrivo a Bergen, ma le montagne che ci circondano, incavate dal fiordo, sono troppo affascinanti per essere abbandonate.
Il bello del camper è anche questo: poter cambiare itinerario e meta. Decidiamo di dedicare la giornata al fiordo che chiude a sud Bergen. Ci dirigiamo quindi a Voss, paese che sta sullo spartiacque di due fiordi. La strada tagliata nella roccia segue vallate chiuse dai tondeggianti crinali di queste antiche Alpi. Quando giunge alla loro base li supera con lunghe gallerie, una delle tante percorse è lunga quanto quella del Gottardo, poco più di 11 km. Le grigie rocce granitiche, scurite dall’umidità, incombono minacciose sulla strada. Esse riescono a nutrire delle temerarie betulle che, come arrampicatori provetti, trovano appiglio nelle piccole fessure. Pranziamo in un’area picnic in riva a un placido laghetto, poi raggiungiamo Granvin. Qui approdano i traghetti, che consentono di passare sull’altra sponda dell’Eidfjord. La traversata fa risparmiare più di cento chilometri. Dieci minuti di navigazione ci costano 280 K, l’equivalente di circa 40.00 €.
Siamo in coda insieme a numerose automobili, altri quattro camper e un grosso camion con rimorchio. Dopo pochi minuti, ecco arrivare il traghetto. Come una balena spalanca la prua e lascia uscire i mezzi, che ha trasportato, per poi inghiottire nel suo ventre tutti quelli fermi in attesa.
Appena sbarcati, dal cielo ormai ricoperto di nubi cinerine inizia a scendere la pioggia. Ci domandiamo se il cambio di programma sia stato opportuno. Confidiamo nella buona sorte, che ci premia subito.
Infatti, oltrepassata una mini galleria, lunga solo 380 metri, il tempo
  già cambia, non piove più e il sole fa di nuovo capolino tra le nubi biancastre.
Percorriamo la statale che ritorna verso Geilo, desideriamo fermarci sull’altopiano Hardangervidda. La strada sale con una pendenza dell’8%.
Le gallerie, che hanno una forma elicoidale, sembrano non finire mai. Superato un alto e roccioso circo troviamo un vivace torrente dall’acqua torbosa, che ha intagliato profondamente il suo letto. La strada lo segue dall’alto.
Dopo una curva, ecco lo spettacolo della cascata Vøringfossen. La sosta è obbligata. Dall’alto dell’altopiano si gettano nel vuoto diversi torrenti, ognuno con un suo specifico modo. C’è quello che scivola sulle ormai levigate rocce e le rende luccicanti e nere come l’ossidiana. Altri rivoli scendono lungo i canaloni, già molto scavati. Saltano tra gli spuntoni e giungono in fondo candidi e schiumosi. C’è
  l’acqua che cerca nuove strade e inizia il lento lavorio dell’erosione, passando su rocce ancora importanti. C’è poi il torrente principale, che con voce tenorile si getta nel vuoto con balzi notevoli e innalza spruzzi, che baciati dal sole prendono la sua luce e la dividono nei sette colori.
Non capiremo mai, coloro che sostengono che la montagna non è bella!
Torniamo al camper e troviamo fermi vicino a noi i due cicloturisti, che avevamo superato ieri. Li riconosciamo perché hanno una lunga frasca che sporge a sinistra della bicicletta, serve per tenere a debita distanza i mezzi motorizzati nel momento in cui sono sorpassati. Ci riconoscono, ci scambiamo un cenno di saluto. Intanto sull’altro lato del camper un tedesco posteggia la sua casa viaggiante. A molti il nostro mezzo sembra grande, ma in confronto a questa è una pulce.
Ripartiamo, dopo 20 km raggiungiamo la sommità dell’altopiano. Siamo a 1250 m di altitudine, abbiamo raggiunto il limite delle nevi perenni.
L’ispida erba, i muschi e i licheni sono la vegetazione. L’altopiano ha un profilo completamente mosso da dossi e conche, che ospitano specchi d’acqua stagnante e laghetti di circo. Decidiamo di fermarci qui in alto non solo per la dovuta documentazione fotografica, ma anche per la notte. Posteggiamo in un’area di sosta in riva al laghetto Skiftesjøen. Dopo mezz’ora arriva anche il mega camper teutonico. Il signore ci chiede se ci fermiamo per la notte, avuta la nostra risposta affermativa, abbassa i piedi stabilizzatori. Essendo già le ore 18.00, sua moglie si accinge a preparare la cena,. Passa un’ora ed ecco arrivare un camper olandese. Posteggia tra noi e il tedesco. Il signore scende e trova Giuseppe sulla riva intento a fotografare. Un saluto e quattro chiacchiere su come procederà la rispettiva vacanza.
E’ sera, la luce del nord è ancora intensa, ma il vento forte abbassa repentinamente la temperatura. Ci chiudiamo nel camper e dal finestrone che dà sul lago ci godiamo lo spettacolo del tramonto, che sembra non avere fine. Alle 22.30 il sole si adagia sul bianco cuscino nevoso, sparpaglia i suoi raggi dorati e si congeda. Anche noi chiudiamo lo scuro augurandoci la buona notte.

 
Venerdì 20 luglio
Notte silenziosa, interrotta solo da qualche scroscio di pioggia. Ci alziamo alle ore 8.00, dopo il lungo sonno sotto il caldo piumone. Brrr… sul camper la temperatura è 10,5°C e fuori nella notte è scesa fino a 4°C.
Il cielo è tormentato da nubi minacciose, ma il sole si fa spazio e allunga i suoi caldi raggi negli ampi squarci azzurri. Oggi scendiamo a Bergen. E’ ritenuta la città più bella della Norvegia e anche la più piovosa. La statistica dice che i giorni di pioggia in un anno sono in media 260. Saremo fortunati o rientreremo nella media?
Per soddisfare il nostro gusto del “
sü de chi giò de là”, decidiamo di non percorrere la via diretta, ma una volta tornati a Granvin di seguire il ramo del Hardangerfjorden, che con un giro più lungo ci porta comunque alla meta.
Poco prima di imbarcarci sul traghetto per Granvin facciamo spesa in un piccolo supermercato. E’ la nostra prima spesa. Si dice che la Norvegia sia cara, confermiamo e ribadiamo l’affermazione con alcuni esempi. I prezzi sono convertiti in euro. Un litro di latte costa 2.00 €, le pesche nettarine 1.00 € al pezzo, il petto di pollo 14.00 € al chilo, per non parlare di vino e birra. In questa vacanza terremo d’occhio anche il frigorifero. Siamo però stati previdenti. Olio, pasta, riso, caffè, vino, conserve, formaggio sotto vuoto li abbiamo portati dall’Italia, la birra l’abbiamo comperata in Germania.
Arriviamo all’imbarco quando il traghetto è appena salpato. Ci allineiamo dietro un’automobile di ungheresi. Arriva anche un’ambulanza, quella che avevamo incrociato scendendo. L’attesa è di mezz’ora. Il traghetto deve arrivare all’altra sponda e poi, dopo aver scaricato e caricato i veicoli, deve tornare indietro. Speriamo che il malato non sia grave. L’ambulanza è la prima ad essere imbarcata e la prima a scendere dal traghetto. Almeno questo il povero malato se lo merita!
Dopo Granvin la strada si snoda lungo il fiordo a livello dell’acqua. All’inizio è piuttosto impegnativa. E’ stretta, in alcuni tratti è un single track, ma le piazzuole di scambio, a differenza delle strade analoghe trovate in Scozia, non sono a vista. Inoltre il traffico ha una certa consistenza. Noi percorriamo la corsia interna, cioè quella che ha alla destra gli spuntoni della parete rocciosa, la quale scende verticalmente verso l’acqua. L’incrocio che è particolarmente difficoltoso è l’incontro con un pullman turistico. Giuseppe stringe a destra e si ferma a pochi centimetri dalla roccia, il pullman a sua volta stringe a destra fino a sfiorare il parapetto. Avanti adagio ora uno ora l’altro e finalmente si può procedere.
Il paesaggio ci ricorda il lago di Como. I colori sono resi brillanti dall’aria tersa e dal sole splendente. Il micro clima di questo fiordo è temperato, ai piedi degli strapiombi, nei piccoli spazi agrari disponibili, ci sono frutteti e serre.
Pranziamo in un’area picnic in riva al fiordo. Il tragitto che segue è meno difficoltoso, perché la strada è più ampia e più agilmente percorribile.
Purtroppo offre poche piazzuole di sosta, non è quindi possibile fermarsi per immortalare tutti gli scorci che meriterebbero di essere ricordati. Verso il fondo del fiordo si passa all’altra sponda attraverso un ponte.
Subito dopo ci fermiamo e mentre Giuseppe torna a piedi sul ponte per scattare alcune fotografie, Paola trova tra l’erba della piazzuola delle dolcissime fragoline. Senza altre fermate nel primo pomeriggio arriviamo a Bergen. Heidi ci guida senza indugi all’area camper, che ha un limite, ma offre un
vantaggio.
Il limite è che, come quella di Stoccolma, è posta sotto una strada di scorrimento veloce, quindi non è particolarmente silenziosa. Il vantaggio è che con una camminata di 20’ o con poche fermate di autobus si raggiunge il centro città. L’alternativa del campeggio l’abbiamo scartata, perché il camping è situato a 20 km dalla città.
Bergen è la seconda città di questa nazione, sorge sulla costa più occidentale di una penisola i cui lati, settentrionale e meridionale, sono due fiordi, il lato occidentale molto frastagliato ha di fronte numerose isole, che lo proteggono dalla forza del mare di Norvegia. La città, fondata nell’anno 1000, conserva poche tracce della sua vita medioevale, mentre le costruzioni del XVI secolo, periodo in cui ebbe un grande sviluppo per essere uno dei principali porti della Lega Anseatica, sono oggi ancora presenti, seppure riedificate più volte, in seguito a devastanti incendi.
Dopo aver posteggiato, ci sgranchiamo le gambe andando in città. Entriamo dalla porta dell’università, superiamo la chiesa di san Giovanni, che è chiusa e ci avviamo verso il
Torget. Sono chiamate torget le piazze principali delle città, dove spesso è allestito il mercato.
Quello di Bergen è famoso per la vendita dei prodotti ittici. I prezzi sono molto elevati. Un chilo di gamberetti costa 30.00 €, un piatto da asporto con uno spiedino di pesce, mezzo panino e un cucchiaio di salsa 28.00 €. Siamo comunque curiosi e ci fermiamo a guardare. Un venditore, dallo spiccato accento veneto, ci decanta i vari tipi di pesce e ci offre qualche assaggio. Sono tutti destinati al palato di Giuseppe, essendo Paola un “pesce” non cannibale.
Tra i vari assaggi c’è anche un po’ di carne di balena. Oggi contravvenendo alle scelte dell’Unione Europea, che condividiamo, assecondiamo il pensiero norvegese, che sostiene che come si mangia la cacciagione, così si può consumare la carne di balena. Ne compriamo un etto. Il suo sapore ricorda quello del roastbeef.
Il nostro giro odierno termina nel Bryggen, il famoso quartiere medioevale, che nel periodo della Lega Anseatica ha ospitato i magazzini dei mercanti tedeschi. Oggi il quartiere presenta le case di legno ricostruite secondo l’usanza del tempo.
Le grandi case colorate che si affacciano al mare hanno diversi piani. Una volta erano abitate secondo una rigida gerarchia.
Al piano terra i magazzini, al primo c’era l’abitazione del mercante, i piani superiori erano destinati alle abitazioni dei lavoratori da quelli più qualificati a quelli meno qualificati.
Oggi dove un tempo c’erano i magazzini, ci sono degli empori commerciali e locali di ristoro. E’ possibile salire al primo piano e percorrere le balconate che danno sulla strada. Curiosando attraverso i vetri delle finestre si vede che i locali sono i magazzini dei negozi sottostanti. Ai piani superiori non è possibile accedere. Dai tetti pendono gli argani, che servivano per issare le merci.
Nel porto turistico sono ferme numerose barche. Alcune rivelano la grande ricchezza dei loro proprietari.
Rientrando all’area camper, troviamo posteggiato poco distante da noi l’equipaggio olandese, che abbiamo conosciuto ieri sera.
 

Sabato 21 luglio
In una città molto piovosa non si poteva sperare in due giorni soleggiati. Verso mattina ha iniziato a piovere. Decidiamo di concentrare nel pomeriggio la restante visita della città, sperando in un miglioramento del tempo.
Questa mattina facciamo la spesa. Ci incamminiamo lungo la via secondo le indicazioni che ci ha dato il custode dell’area camper, ma il supermercato non lo troviamo. A un incrocio chiediamo a una signora. Questa gentilmente ci spiega che la direzione è giusta, ma bisogna prima oltrepassare il ponte, che porta verso il centro. Ci lascia e a passo svelto si allontana nella direzione che dobbiamo seguire anche noi. Poi ha un ripensamento. Torna indietro, ci dice che c’è anche l’autobus. La ringraziamo di nuovo. Lei guardando il cielo incrocia le dita e ci augura una buona vacanza.
I norvegesi sono persone gentili, pazienti, disponibili, ma un po’ disordinati. Non ci sembra che tengano le loro case con quella cura che contraddistingue gli altri popoli del nord Europa. Tuttavia le città, le strade e i giardini si presentano più puliti rispetto a quelli italiani. Insomma i norvegesi sono nordici, ma anche un po’ mediterranei! Saranno stati i vichinghi con le loro lunghe navigazioni a riportare in patria qualche gene dell’Europa meridionale!
Il tempo non migliora, dal cielo plumbeo continua a scendere la pioggia, ora a scrosci violenti, ora come una sottile acquerugiola. Per fortuna non c’è vento, quindi muniti d’impermeabile e ombrello, dopo pranzo, usciamo e seguendo la strada ormai nota ritorniamo in centro.
La prima tappa è la chiesa cattolica di san Paolo, vogliamo prendere visione dell’orario delle messe domenicali. La chiesa è chiusa, ma c’è una bacheca con indicati gli orari. C’è anche la messa prefestiva alle ore 18.00. Bene!
Proseguiamo verso il
Torget, lungo la via troviamo alcuni artisti di strada che stanno esibendo la loro arte. Uno canta country americano accompagnandosi con la chitarra e un’armonica. Sostiamo ad ascoltarlo, è proprio bravo, merita gli applausi che gli sono attribuiti.
Arriviamo poi al duomo, ovviamente chiuso. Giuseppe fotografa la sua massiccia facciata. Siamo di nuovo al Bryggen, qui visitiamo l’Hanseatik Museum. E’ la casa di un mercante di pesce.
E’ tutta di legno e risale all’inizio del XVIII secolo. Il piano terra era il magazzino.
Entriamo. Il primo senso ad essere colpito è l’olfatto. Un intenso odore di pesce pervade la grande camera. Subito ci domandiamo come sia possibile questa sensazione. Poi, quando le nostre pupille si sono dilatate, adattandosi alla semioscurità, notiamo nel centro della sala un mucchio di stoccafissi. Sono davvero merluzzi essiccati e sono loro che animano l’ambiente con il loro odore.
Lungo le pareti, ci sono gli utensili che erano usati per la lavorazione del pesce, che iniziava già sulle navi. Una porta fa accedere a una ripida scala, che sale al piano superiore.
E’ l’abitazione del mercante. Il vano più vicino alla finestra ospita lo scrittoio sul quale è aperto un libro mastro. Il letto è chiuso tra due ante, in pratica il mercante dormiva dentro un armadio! Bisogna però considerare il clima del luogo e che la casa non era riscaldata.
Il secondo piano era destinato ai dipendenti. I locali presentano un diverso livello di confort secondo il rango del lavoratore. Il contabile aveva una camera personale, altri convivevano e dormivano in cuccette sovrapposte con le ante chiudibili, altri ancora convivevano nel locale più angusto dell’edificio, illuminato solo da un piccolo lucernario a soffitto e le loro cuccette non erano protette dalle ante.
Un filmato in lingua norvegese, sottotitolato in inglese, spiega la storia della Lega Anseatica. In altri locali sono conservati i sigilli, che i mercanti usavano nella sottoscrizione dei contratti e un’interessante carta geografica, che illustra le rotte mercantili.
La Lega Anseatica aveva sede a Lubecca e aveva quattro basi fisse fuori dal mar Baltico. Esse erano Bruges in Belgio, Londra, Bergen, e Novgorod in Russia.
Con il biglietto del museo visitiamo anche la Schøtstuene, che è la ricostruzione della sala dove i mercanti si riunivano per discutere gli affari e stipulare i contratti, ma anche per riposarsi, mangiare e stare al caldo, essendo questi locali riscaldati dalla cucina che stava al piano terra. La cucina ha come pavimento il selciato stradale, che è di pietra. Un grande camino ha la canna fumaria che passa per le camere superiori. Dove un tempo passava la canna fumaria ci sono delle stufe di ghisa. Oggi sono accese ed emanano un piacevole tepore.
Anche il quartiere che si affaccia sul porto, di fronte al Bryggen, è grazioso. Ci sono belle case variopinte e vicoli con ancora le case di legno.
Alle ore 18.00 partecipiamo alla santa messa. In chiesa ci sono prevalentemente immigrati, quasi tutti asiatici. Sono anche presenti quattro suore di madre Teresa di Calcutta. Una di queste ci porta il libretto della messa.
Ringraziandola le diciamo che non ci serve perché non conosciamo il norvegese. Ci risponde che la messa è in latino e che il libretto è scritto in latino oltre che in norvegese. Allora ritiriamo il libretto. Il celebrante è un giovane sacerdote. Esce puntale, indossa i paramenti neri. Introduce la messa dicendo in norvegese, inglese, francese, tedesco, che oggi e domani le messe in Norvegia saranno celebrate in suffragio delle settantasette vittime della strage avvenuta a Oslo il 19 luglio dell’anno scorso. La messa è tutta cantata in latino, solo le letture e la predica sono nella lingua nazionale. Per noi è un tuffo nella nostra infanzia. Infatti, dopo il Concilio Vaticano II non abbiamo più partecipato a una messa cantata in latino.
Poco dopo l’elevazione entra in chiesa un uomo dal fisico possente. Indossa dei jeans e una giacca impermeabile arancione. I suoi lunghi capelli grigi sono completamente bagnati, scarmigliati e sciolti sulle spalle. Ha in mano una bottiglietta, ma forse il liquido trasparente non è acqua. Avanza ondeggiando, vacilla, si appoggia a una panca, dice qualcosa a voce alta. Si ferma in mezzo alla navata centrale, prosegue e si siede nella prima panca. Per un po’ sta zitto, poi nuovamente riprende a parlare a voce alta. Una delle suore, la più massiccia, gli va vicino, gli si siede accanto, lo calma. Dopo la comunione, egli si mostra ancora irrequieto, allora anche il sacerdote va da lui e gli parla.
In questo paese il problema dell’alcolismo e della tossicodipendenza ci sembra grave, almeno nelle città. Infatti, sia a Oslo, sia qui a Bergen, abbiamo incontrato diversi sbandati.
La messa termina con il canto della Salve Regina.Torniamo al camper e trascorriamo la sera riordinando gli appunti e le fotografie.

 
Domenica 22 luglio
Quando l’aria calda e umida atlantica s’incontra con quella secca e fredda del nord, si forma un fronte e la terra sottostante ne subisce le conseguenze. Anche questa mattina piove.
Oggi ci spostiamo di 220 km. Torniamo all’interno e ci dirigiamo verso nord. La meta è Borgund, un paesino lungo una stretta valle fluviale.
Domenica mattina è un ottimo momento per viaggiare. Usciamo da Bergen in un attimo, perché la strada che abbiamo già percorso per giungere in città è completamente priva di traffico.
Sulla riva del laghetto poco dopo Voss facciamo la pausa caffè, poi proseguiamo, ma un’altra sosta s’impone, perché una magnifica cascata fa bella mostra di sé. E’ imponente. Dal suo largo margine riversa un’abbondante massa d’acqua, che raggiunge il fiume sottostante in tempi diversi, perché il salto è spezzato in tanti gradoni, posti ad altezze differenti. Essi dividono l’acqua in sonori fiotti.
Il fiume scorre impetuoso ed è vissuto intensamente da numerose persone. Avvistiamo dei pescatori, alcuni sono sulle sponde, altri sono immersi tra i suoi gorghi fino a mezza coscia. Pazientemente attendono il salmone più goloso. Ci sono anche degli agili canoisti, che si destreggiano tra le rapide e le cascatelle. Ci sono i gommoni del rafting, dove sei coordinati vogatori, pagaiando, tengono in assetto l’imbarcazione e dei temerari, che scendono lungo il fiume con l’hydrospeed. Sono sdraiati su delle tavole a pancia in giù, con la testa rivolta nel senso della corrente e si governano con le mani e le pinne…..però portano il casco!
La pausa pranzo la facciamo nell’area di sosta di Gudvangen. Da buoni milanesi non ci facciamo mancare il risotto con lo zafferano. Poi visitiamo il mercatino vichingo. E’ un piccolo mercato, sono in mostra e in vendita dei prodotti artigianali della lavorazione del legno e del ferro. E’ allestito sotto delle tende e i venditori sono vestiti a strati con pesanti tuniche di panno colorato.
Per arrivare a Borgund dobbiamo scegliere la strada da seguire. Possiamo percorrere la vecchia strada di montagna, oppure la più lunga galleria europea, di 25 km. Siamo in dubbio fino all’ultimo metro. Ci piacerebbe seguire la strada di montagna, perché vedere il fiordo dall’alto deve essere uno spettacolo sorprendente, ma la pioggia torrenziale e le nubi basse ci consigliano di entrare in galleria. Essa a sua volta ci riserva una sorpresa. In tre zone si allarga ed è illuminata da luci azzurrognole, che danno la sensazione di viaggiare sotto un ghiacciaio.
Usciti dalla galleria, dopo pochi chilometri arriviamo a Borgund, che è rinomata perché conserva una Stavkyrkje. Le Stavkyrkje sono delle chiese che sono state costruite tra il 1130 e il 1350 in tutta Europa, nel periodo della peste nera. In Norvegia ne sono state erette mille, ne sono rimaste solo ventotto, mentre nel resto dell’Europa non ce ne sono più.
Le Stavkyrkje sono completamente di legno. Il loro nome deriva dal termine stav, che significa palo. Queste chiese sono costruite con pezzi di legno incastrati gli uni agli altri, senza l’utilizzo di funi e chiodi. I pali che le sostengono e le intelaiature poggiano su un solido basamento di pietra, che le isola dall’umidità del terreno e le preserva dalla marcescenza.
Questa Stavkyrkje è tutta circondata da un porticato, che protegge le pareti dalle intemperie. Il portale principale è intagliato con foglie di acanto. La pala dell’altare risale al 1600, mentre la mensa eucaristica, di pietra, è medioevale. Accanto all’antica chiesa ne è sorta un’altra nel 1868. E’ ancora adibita al culto, la visitiamo e sostiamo in preghiera. Raggiungiamo poi il campeggio del paese. Ci accoglie un ragazzino preadolescente, che parlando con scioltezza in inglese (!) ci dice che i suoi genitori per ora non ci sono e che hanno delegato lui al ricevimento degli ospiti. Ci lascia posteggiare sul vasto prato prospiciente la sua casa.

 

Lunedì 23 luglio
Lasciamo l’agricampeggio di Borgund e ci accingiamo a percorrere un’altra tappa di montagna.
Il motore del camper questa mattina non ha la sua solita musica, fa un rumore gracchiante, metallico, in milanese si direbbe “
rumur de scepp”. Questo ci preoccupa, anche perché stenta a riprendere. Dopo qualche chilometro improvvisamente inizia a funzionare bene. Dopo una sosta, il problema si ripresenta e si risolve allo stesso modo. Il cielo è cupo, nebbie fumanti risalgono la valle, strisciando lungo i suoi versanti.
In pochi chilometri raggiungiamo Lærdal sul Sognefjorden, che attraversiamo con il traghetto. Approdati a Kaupanger il paesaggio cambia. Non siamo più in una zona agricola, ricca di frutteti ed erbai, ma in un ambiente tipicamente alpino, dove le foreste di conifere ricoprono i versanti montuosi e si spingono fino sulle rive dei fiumi e dei laghetti.
Purtroppo quello che non cambia è il tempo. Il cielo rimane densamente coperto e la pioggia a tratti anche molto intensa accompagna il nostro viaggio. Numerose gallerie permettono di transitare da una valle all’altra. La Norvegia assomiglia a una gruviera!
Quando la strada non è in galleria, segue fedelmente i margini sinuosi dei laghetti o si intreccia con i fiumi. A tratti è molto stretta, numerosi sono quindi i rallentamenti dovuti agli incroci con gli altri veicoli. Si sale e si scende e appaiono panorami bellissimi sui fiordi che lasciamo alle nostre spalle. Poco prima di Skei s’impone una fermata. Tra lo spaccato di due montagne scende bianca, grigia e azzurra una delle lingue del grande ghiacciaio Jostedalsbreen.
A Olden, porto terminale del Nordfjord, svoltiamo a destra e ci addentriamo in un’incantevole valle glaciale. Lungo la strada c’è una chiesetta rossa, che ci accoglie in un momento di preghiera. Sostiamo al camping Gryta. Siamo su un ampio e piano spazio erboso, affacciati a un ridente laghetto, che ha come sfondo la lingua Briksdale, una delle tante di quel grande ghiacciaio che abbiamo intravisto durante il viaggio e che domani andremo a vedere da vicino.
Passa un’ora ed ecco si alza il vento. Speriamo che porti via l’ostinata perturbazione che ci tedia da tre giorni. L’aria frizzante di montagna ci mette appetito; questa sera
polenta concia.
Mentre Paola rimesta la polenta, Giuseppe telefona al suo amico Roberto, novello aviatore, grande esperto di motori e gli spiega l’accaduto di questa mattina. Roberto suggerisce alcuni controlli e poi ipotizza una diagnosi: il gasolio dell’ultimo pieno è inquinato con acqua.

Martedì 24 luglio
Il vento forte e il gloria a san Sereno, santo che pregava sempre un nostro prete dell’oratorio per avere bel tempo per le gite (e così era), hanno liberato il cielo. Ci alziamo e lo sguardo cerca subito il ghiacciaio. E’ bellissimo, luccica di riverberi dorati, toccato dai primi raggi del sole.
Partiamo, la strada che percorre questa verde valle dal profilo a U, è stretta. Segue la riva del lago, poi il fiume impetuoso, che collega i laghetti situati a diverse altezze e chiusi a valle dalle morene che il ghiacciaio Jostedalsbreen con la sua forza ha spinto in milioni di anni.
In fondo alla valle la strada termina. Posteggiamo il camper e iniziamo la facile passeggiata per raggiungere l’imponente fronte glaciale.
La strada si addentra nel Parco Nazionale. E’ percorsa da tantissimi turisti e da piccoli veicoli che trasportano i pigroni e chi ha difficoltà deambulatorie. Il paesaggio è di quelli che suscita stupore e ammirazione. Da ogni angolo spigoloso posto in alto scende una cascata e sullo sfondo c’è la lingua glaciale con il suo fronte azzurrognolo e pieno di seracchi. Questo ghiacciaio incappuccia una superficie di 500 km
2 che ha vette che raggiungono i 2000 m.
Saliamo, il sole caldo ci permette di togliere il pile. Il vento vaporizza l’acqua di una spettacolare cascata e il sole gioca con le micro bollicine disegnando l’arcobaleno. Ogni scorcio attira i nostri sguardi e ci impone la giusta sosta per le fotografie. Verde e bianco, boschi, neve, acqua scrosciante e poi ancora il verde dei placidi laghetti, nei quali l’acqua entra tumultuosa, lì si distende e si riposa per ritornare a saltare con fragore appena oltrepassa la soglia morenica.
Dei cartelli segnalano il limite del fronte nei secoli passati. Dal 1770 a oggi il ghiacciaio è arretrato di circa un chilometro. Si giunge al circo glaciale attuale passando sotto due enormi massi erratici che si sorreggono a vicenda.
Eccoci quindi sulle rive dell’ultimo laghetto e là in fondo il circo glaciale sul quale scivola inesorabilmente un’enorme lingua di ghiaccio, tutta seraccata di lucide e azzurre guglie e dalla cui bocca esce della candida acqua, che ha fretta di acquietarsi nel laghetto.
Tutti fotografano e si fanno ritrarre. Anche noi ci scambiamo il favore con una giovane coppia norvegese con un piccolo di cinque mesi nel marsupio.
Tornando indietro Paola fa una coccola a una socievole capretta, che contraccambia leccando con gusto la sua mano. Poi la capretta si gratta un orecchio come fanno i gatti.
Arrivati al camper, dopo il rapido pranzo a base di panini, ripartiamo e ci spostiamo dal Nordfjord al Geirangerfjorden. La strada che percorriamo è chiamata “via delle aquile”. Essa è tanto spettacolare, quanto impegnativa, perché transita attraverso scoscese montagne in cui si sale e si scende con ripidi tornanti e si attraversano lunghe gallerie dalle rocce sporgenti. A questa difficoltà si aggiunge il gran traffico di pullman che portano i croceristi a vedere dall’alto lo straordinario modellamento di questo paese.
Il passo che fa da spartiacque tra i due fiordi è un piccolo circo glaciale a circa mille metri di altitudine. Ora conserva pochi nevai. Sembrano lenzuola stese sul prato ad asciugare. Contornano un azzurro laghetto sulla cui superficie galleggiano alcuni iceberg e dove incredibilmente nuota solitario un gabbiano.
Ci fermiamo al campeggio di Geiranger, paese che sorge dove il fiordo omonimo termina. Alla fonda sono ormeggiate due grandi navi da crociera. Il paese pullula di turisti, molti sono in fila davanti al molo. Stanno attendendo con pazienza il proprio turno per salire sulle scialuppe di salvataggio, che li riporteranno a bordo. Intorno alle ore 19.00 il fumo nero che esce dalle ciminiere delle navi e il lungo suono delle sirene sono il segnale della partenza e anche il saluto d’addio. Ora il paese è tornato tranquillo e il fiordo al suo aspetto naturale. La marea del mare di Norvegia giunge fin qui. L’acqua si ritira offrendo spiaggette sassose prima inesistenti. Gli uccelli acquatici si affrettano a ricercare tra le alghe in secca cibo prelibato e alcuni pescatori li imitano, sfoggiando attrezzature ben collaudate. Il vichingo, posteggiato vicino a noi, si assicura il pranzo di domani pescando un grasso pesce.
 

Mercoledì 25 luglio
Grrr…. tac, tac tac,… sss… questi sono i sinistri rumori, che il camper fa nel momento della messa in moto. Si sta ripetendo accentuato ciò che gli è successo due giorni fa. Ci imbarchiamo sul traghetto che da Geiranger ci porta a Hellesyt.
Questo trasbordo è per noi una mini crociera. Infatti, in poco più di un’ora navigheremo lungo i 20 km del Geirangerfjorden, che è uno dei rami dello Storfjorden. Ci lascia stupiti il costo del trasporto. In proporzione abbiamo pagato molto di più le brevi traversate dei giorni scorsi.
Il Geirangerfjorden è racchiuso tra due pareti rocciose alte fino a 250 m. Completamente selvaggio, è sempre cupo, ma questa mattina è ancora più tetro, perché la mancanza del sole rende più cineree le sue rocce.
Qua e là, su qualche esiguo ripiano erboso si intravedono le casupole abbandonate di vecchie fattorie.
Rivoli d’acqua e bianche cascate allietano lo sguardo assetato di bellezza. Gli scorci più suggestivi sono commentati dallo speaker di bordo in norvegese, in inglese e in tedesco. Egli racconta anche storie e leggende. Si dice che in quelle fattorie affacciate sul precipizio, quando i bambini giocavano sul prato venivano legati ai massi, affinchè non cadessero nel vuoto e ancora una delle più belle cascate è chiamata delle sette sorelle, perché è formata da sette fiotti che, secondo la leggenda, erano sette sorelle, che un crudele destino ha trasformato in acqua eburnea.
Sbarchiamo. Ahinoi il motore è ancora più rauco. Non ci fidiamo a proseguire il viaggio, perché dovremmo affrontare ripide salite verso i valichi e discese ardite verso il mare.
Fermiamo il camper nel posteggio tra due supermercati, la Coop e il Joker. E’ quasi mezzogiorno. Giuseppe sente Dario, il meccanico della Ford Eurocamion di Landriano, officina alla quale ci rivolgiamo per la messa a punto del nostro mezzo. Egli fa una diagnosi analoga a quella del nostro amico e ci consiglia di chiamare il soccorso stradale. Giuseppe telefona alla Mondial Assistance. Da Milano la pratica si avvia in poco tempo e ci prospettano l’arrivo del carro attrezzi al massimo in un paio d’ore. Pranziamo e attendiamo con pazienza il soccorso dedicandoci alla lettura.
Il tempo passa. Dopo due ore il meccanico non è ancora arrivato, ma ci telefona e ci dice che in un paio d’ore arriverà. Non possiamo fare altro che aspettare ancora. Ci distraiamo osservando i clienti dei supermercati. Arrivano mamme con biondi bimbetti traballanti sulle gambe, calorosi uomini con la pancia da birra, canuti anziani che ci guardano, incuriositi
  dalla targa.
Sono passate ormai quattro ore. Il carro non arriva. Per fortuna da Milano non siamo abbandonati. Più volte la Mondial Assistance ci richiama e sollecita il soccorso al suo corrispondente norvegese. Alle ore 17.00 riceviamo una telefonata dal
carrista, che ci assicura che arriverà entro un’ora. Siamo un po’ provati. Ci scaldiamo il cuore e lo stomaco con una bevanda calda. Finalmente il carro attrezzi arriva. Sono le 18.40. Le ore norvegesi sono molto elastiche! Dal camion attrezzi scende un uomo dal pelo biondo, ma dalla corporatura mediterranea. Si fa spiegare il problema, scruta dentro il motore, ascolta il suo rauco ruggito, ci consiglia il trasporto in officina. Si mette al lavoro, rivelando una forza impressionante. Impiega mezz’ora a caricare il camper sul pianale del camion. Il problema che ha di fronte è quello di non fare toccare lo sbalzo posteriore per terra. Col gancio di traino lo tira lentamente e all’occorrenza appoggia sotto le ruote posteriori del camper delle pesanti assi di legno come se fossero dei cunei. Poi assicura il camper con robuste cinghie. Il camper sporge dal camion per 2,5 m, l’equivalente dello sbalzo posteriore. Ci fa salire in cabina. Essa ha solo due posti. Giuseppe viaggia appollaiato sul tunnel che c’è tra i due sedili, senza nessuna sicurezza. Ci auguriamo che il viaggio non sia difficoltoso, soprattutto che non occorrano brusche frenate.
Il carro attrezzi ci porterà a Stryn. Da Hellesyt la strada si inerpica rapidamente, poi percorre un ondulato territorio molto disboscato, occupato da numerose fattorie. Pecore e mucche pascolano tranquille e libere, ne incontriamo alcune lungo i margini della carreggiata. Il camion viaggia veloce. L’autista conversa con Giuseppe, in questo paese tutti parlano l’inglese. S’informa sul clima italiano e gli chiede quali regioni marine sono le più belle, Poi s’interessa alla nostra vacanza e gentilmente ci fa notare alcuni scorci paesaggistici davvero suggestivi. Ci propone addirittura una sosta per fotografare. Giuseppe ringrazia, ma gli dice di proseguire, non è dello spirito giusto!. L’altopiano è chiuso da un lungo lago. L’autista ci dice che è molto pescoso. Superato il lago, il paesaggio cambia. Non più verdi pascoli e coltivi, una fitta foresta di betulle e conifere inghiotte la strada fino all’inizio della discesa, che dà una poetica visione sul fiordo sul quale si affaccia Stryn. Giunti all’officina, con un’altra mezz’ora di lento e faticoso lavoro il meccanico posa il camper a terra. Questa notte la trascorreremo qui, posteggiati tra alcune automobili da rottamare e vicino a un caravan, a sua volta bisognoso di manutenzione. Ci illuderemo di essere in un campeggio!
Domani mezzogiorno un tecnico specializzato in motori diesel ispezionerà il camper, farà la sua diagnosi e prospetterà la soluzione. Speriamo in bene, sia in termini di tempo, che di costi!

 

Giovedì 26 luglio
Ieri sera ci siamo addormentati tardi, però abbiamo riposato. Trascorriamo la mattina in attesa del tecnico specializzato. Verso mezzogiorno un ometto di media età in tuta arancione, che già dalle ore 10.00 era presente in officina, si avvicina al camper. E’ munito di stetoscopio, proprio come un medico. Fa aprire il cofano e avviare il motore e come un medico si mette in ascolto del respiro rantoloso del povero mezzo malato. Non capisce quale possa essere la causa del guasto. Mette le mani qua e là, svita e avvita, guarda perplesso, riprova a sentire il motore, svita e riavvita. Ci sembra che sia come il medico che per curare una brutta bronchite dia da succhiare le caramelle al miele. Giuseppe ricontatta Dario, il capofficina di Eurocamion, da ieri molto attento al nostro problema e disponibile con un efficace aiuto a distanza.
Egli ci consiglia di recarci presso un’officina autorizzata Ford. Giuseppe telefona nuovamente a Mondial Assistance, che riattiva la pratica di soccorso e intanto sono già arrivate le 14.30. Trascorrono ancora quattro ore prima che il camper venga issato sul camion del soccorso stradale. Il viaggio verso Førde, la nostra nuova destinazione, è allucinante. Guida ancora il forzuto di ieri sera. E’ stanco, perché è stato via tutto il giorno. Ora deve guidare per 120 km, questa è la distanza che ci separa da Førde e poi deve tornare indietro. E’ nervoso. Mentre ieri guidando conversava, oggi è chiuso in un forzato mutismo. Sgranocchia qualche nettarina e guida al massimo della velocità consentita. Viaggiare a tratti a 80 km/h su strette strade di montagna a precipizio sulle scoscese rocciose, vengono le vertigini. La paura aumenta quando imbocca le oscure gallerie poco più alte del camion con sopra il nostro camper. Temiamo che un sobbalzo faccia sfregare il tetto del camper contro gli spuntoni di roccia che sporgono dalla volta. Giuseppe non sa come tenersi, così com’è appollaiato sul cassone tra i due sedili. Speriamo di non incrociare improvvisamente altri grossi mezzi. In due ore giungiamo a Førde, dove c’è l’officina autorizzata Ford. Qui c’è un meccanico in attesa del nostro arrivo. Appena scaricato il camper, collega il computer al mezzo e individua il guasto, che è risolvibile in poche ore, se il pezzo di ricambio è in magazzino, altrimenti…
Questa sera dormiremo in hotel. Per fortuna abbiamo l’assicurazione. Essa non ci è stata vicina solo economicamente, ma con un’attenzione alla persona non ci ha fatto sentire abbandonati e succubi degli eventi. Non abbiamo fatto niente per tutto il giorno, ma la snervante attesa ci ha provato. Siamo stanchi, ceniamo in hotel con uno squisito piatto a base di carne e verdure, poi ci ritiriamo in camera.
 

Venerdì 27 luglio
Ihoo! Ihoo! Ihoo! Carichi come due somarelli, lasciamo il decoroso hotel della catena Quality con il piacere di salutare senza aprire il portafoglio e dopo aver fatto una luculliana colazione, nella speranza di essere all’ora di pranzo in officina, in attesa della riconsegna del mezzo. Con una camminata di venti minuti lungo la ciclabile-pedonale, che affianca la strada statale, arriviamo in officina. La diagnosi precisa è la seguente: la valvola che regola la pompa
 d’iniezione si è rotta, probabilmente a causa del gasolio sporco. Va sostituita, ma non è in magazzino. Il malato sarà operato e dimesso lunedì, perché oggi, purtroppo è venerdì. Nonostante il guasto, il camper si può muovere per brevi tratti. A un chilometro dall’officina c’è il campeggio. Decidiamo di trasferirci lì, perché dormire nel nostro letto, lo preferiamo a qualsiasi altro giaciglio e anche perché il costo di una giornata in campeggio è minore del costo che ciascuno di noi ha pagato ieri sera per la cena. Questa sosta forzata diventa una giornata di completo riposo. Avendo “pranzato” questa mattina, alle ore 14.00 facciamo colazione con un caffè, latte e qualche biscotto, poi nel pomeriggio ci rechiamo all’officina per conoscere il preventivo della spesa per la riparazione. Il costo è elevato, seppure minore di quanto avevamo preventivato. Inoltre ci dicono che la valvola la devono far venire dalla Svezia, sperano quindi di risolvere davvero il nostro disagio entro lunedì sera. Se lo sperano loro, immaginate quanto sia grande la nostra speranza! Poi andiamo a curiosare in un grande magazzino di bricolage, che è proprio vicino al campeggio. Intanto il sole del mattino si è via via ritirato sotto le nubi che la montagna ha spinto indietro. Incomincia a piovere. Inizialmente scendono goccioline sparse, poi in modo sempre più continuo. Torniamo in campeggio e ci rituffiamo nella lettura.

 

Sabato 28 luglio

Sveglia libera, ci alziamo alle ore 10.00. Nella notte ha smesso di piovere. Il cielo si è abbassato e copre con dense e grigie nubi le cime arrotondate delle verdi montagne, che racchiudono il fiordo. Più in alto sottili nubi sfrangiate lasciano intravedere l’azzurro. Da Milano ci contatta la Mondial Assistance e ci avverte prima con un sms e poi con una telefonata che l’automobile sostitutiva è disponibile presso l’agenzia AVIS della cittadina. A piedi raggiungiamo l’agenzia. Dopo aver sbrigato le pratiche, ci consegnano un’Audi A3 di colore grigio fumo di Londra. Siamo contenti, ritorniamo subito in campeggio e organizziamo il pomeriggio.
Førde è una cittadina che è sorta sul fondo del fiordo omonimo. E’ moderna e non ha particolari bellezze artistiche e architettoniche. Nel pomeriggio decidiamo di recarci a Florø, il paese che si affaccia sul mare di Norvegia ,sulla punta di una strettissima penisola, che separa i due fiordi a nord del Førdefjorden. Questi fiordi sono poco profondi, ma molto articolati. Le loro acque sono costellate di isolotti, alcuni sono solo delle rocce affioranti, altri sono rivestiti dalla vegetazione spontanea. Seguiamo la strada che costeggia il fiordo.
E’ molto stretta e tortuosa, ma offre pittoreschi scorci panoramici. Per superare qualche sperone s’infila in basse e scure gallerie. Anche Florø è un paese poco interessante. Del borgo antico, fatto di bianche case di legno è rimasto poco. Si sta trasformando in un moderno paese, con molti centri commerciali.
Ha un discreto porto, da cui partono le navi che tengono i collegamenti con le numerose isole che fanno da frangiflutti a questa frastagliata costa.
E’ sera, si è alzato un vento deciso. Alle 22.30 un rosso tramonto ci dà la buona notte.

 

Domenica 29 luglio
Secondo il nostro programma oggi dovevamo essere nella città di Ålesund e qui avremmo partecipato alla santa messa. Invece siamo fermi a Førde, dove non c’è la chiesa cattolica. Dopo colazione celebriamo tra noi la liturgia della Parola.
Telefoniamo a Simone e gli raccontiamo la nostra odissea. Lui sorride e ci racconta l’avventura, che ha vissuto mesi con Eileen e due amici fa transitando attraverso il confine tra la Malesia e la Thailandia. La sua sì è stata una vera avventura, ma chi non ha ancora trent’anni riesce ad affrontare gli imprevisti, i disagi e le varie situazioni con il sorriso sulle labbra. Beata gioventù!
Il resto della mattinata lo passiamo a programmare la gita del pomeriggio. La guida non ci aiuta. Questa zona non è molto rinomata. Prendiamo l’atlante turistico della Norvegia, scala 1 : 325000, che avevamo acquistato a Oslo e guardiamo se nei dintorni sono segnati dei punti panoramici. In effetti, voltando le spalle al mare, a una quarantina di chilometri sono segnati due punti panoramici. Saranno la nostra meta.
Intanto il cielo si apre, l’azzurro lascia filtrare l’oro del sole e la temperatura si alza. Dopo un veloce pranzo, il risotto domenicale, oggi con i finferli, sarà il piatto forte della cena, saliamo in macchina e partiamo.
Usciti da Førde seguiamo la sponda del lago, che sta alle spalle della cittadina, poi deviamo e percorriamo la strada che risale la valle fino a ciò che era un circo glaciale, lo valichiamo e scendiamo lungo il Fjærlandsfjiorden, fiordo molto più profondo e articolato rispetto a quello di Førde.
Poi c’è una nuova salita. E’ dolce. Siamo circondati dal verde intenso dei prati e da quello cupo delle foreste di conifere, che rivestono i versanti fin sotto gli strapiombi rocciosi. I neri laghetti, cosparsi di pagliuzze d’oro, sono collegati tra loro e alimentati da vivaci torrenti, che spesso s’inebriano di bianco formando cascate.
Alla prima che incontriamo, ci fermiamo. Vicino al ponte nuovo una bianca chiesetta del 1848 protegge i suoi morti. E’ nostro desiderio dire una preghiera in quel luogo di culto. La chiesa, però, è chiusa. Il pensiero comunque sale a Dio. Più avanti ci aspetta una cascata ancora più imponente, chiamata Gardian. Dalla piazzola di sosta parte un sentiero. Lo seguiamo. Un moderno ponte tibetano d’acciaio consente di passare sopra la cascata. Che spettacolo! L’acqua salta tra i massi con grande fragore. Quelli che ha già addomesticato, li accarezza scivolando morbida, mentre contro il granito ancora aspro conduce con forza la sua battaglia, sicuramente vincente. Oltre la cascata, il sentiero prosegue e si addentra nel bosco. Continuiamo il cammino. Delle passerelle di legno consentono di non impantanarsi nel terreno molto umido, coperto di spugnosi muschi.
Siamo in un bosco misto di betulle, larici e ginepri. Improvvisamente uno scoiattolo fa capolino da dietro un tronco resinoso. Avverte la nostra presenza, si gira verso di noi e lesto si nasconde, prima che Giuseppe riesca a fotografarlo. C’è molta umidità, ma stranamente non ci sono funghi.
Il fitto sottobosco è composto di eriche, felci e una grande quantità di mirtilli. Le violacee perline occhieggiano tra il verde delle foglie. Ne raccogliamo alcune. La loro anima esprime ancora una nota asprigna. I mirtilli non sono ancora completamente maturi,…purtroppo!
Ripresa l’automobile, saliamo ancora un po’ e dietro a una curva troviamo un discreto numero di capre, che stanno ruminando, placidamente sedute sulla carreggiata. Rallentiamo, avanziamo lentamente, passiamo loro accanto, non si scompongono. Quando le abbiamo oltrepassate, ci fermiamo e le fotografiamo, mentre un’automobile sopraggiunge nel verso opposto e con cautela passa. Arriviamo quindi vicini a un’altra cascata e dopo di essa troviamo un laghetto, che milioni di anni fa era il bacino di un ghiacciaio. Ora è circondato da aspre montagne chiazzate di piccoli nevai. Raggiunto il valico, invertiamo la marcia e torniamo a Førde.
Alle 22.30 arriva velocemente in campeggio un camion del soccorso stradale. Si ferma al camper vicino al nostro. Brutti ricordi! Il guasto di quel camper è risolto in poco tempo. Giuseppe, che è uscito per curiosare, velocemente rientra, prende la macchina fotografica e coglie l’ultima immagine di questa lunga giornata.

 

Lunedì 30 luglio
Sveglia alle ore 7.00. Fa freddo, sul camper ci sono 13°C e fuori 8°C. Il cielo limpido della notte ha lasciato fuggire il poco calore accumulato dalla terra nell’assolato pomeriggio di ieri.
Ci copriamo camicia, golf, giacca di pile. I nordici girano in t-shirt, al massimo le signore portano un golfino di cotone, ovviamente traforato, per non soffrire troppo il caldo!
Oggi il nostro malato dovrebbe essere operato, guarito e dimesso. Lo mettiamo in moto. Con affanno parte e adagio, adagio percorre il chilometro che lo separa dall’officina. Il pezzo di ricambio è arrivato. Sono le ore 8.00, ci invitano a ritornare per mezzogiorno. Avendo a disposizione l’auto di cortesia inganniamo l’attesa percorrendo la sponda del fiordo opposta a quella che porta a Florø.
Questo lato del fiordo ci piace di più, perché è più selvaggio. La strada è stretta e intagliata nella roccia. Offre belle vedute, difficili da fotografare, perché non ci sono
  piazzuole di sosta. Quando l’inquadratura non può essere persa, mettiamo i quattro lampeggianti, sostiamo sulla strada e Giuseppe scatta velocemente.
Riconsegniamo l’automobile all’AVIS e a mezzogiorno ci presentiamo in officina. Il camper è pronto. Ci consegnano anche la valvola rotta, che è stata sostituita. Espletata la pratica di pagamento, beviamo un caffè e partiamo.
Vogliamo raggiungere il mare aperto e sostare su una delle molteplici isole che contornano la frastagliata costa. La scelta cade sull’isola di Runde, perché su questa piccola e montuosa isola, percorsa solo per un breve tratto da una strada carrozzabile, nidificano molti uccelli migratori e c’è il campeggio.
Ripercorriamo a ritroso la strada fino a Byrkjelo, poi seguiamo un piccolo ramo del Nordfjord fino ad Anda e qui ci imbarchiamo su un traghetto, che ci fa attraversare il fiordo in cinque minuti. Sbarchiamo e dopo poche centinaia di metri ci imbuchiamo in una lunga galleria, che collega due rami del fiordo, separati da una sottile e prominente penisola.
Poi spostandoci verso nord abbandoniamo il Nordfjior per raggiungere il Voldafjorden. Ancora una volta bisogna valicare delle dorsali montuose. Si sale e si scende in un ambiente alpino costellato di laghetti circondati da crinali innevati e siamo solo a 300 metri di altitudine.
A Forkestad ci imbarchiamo di nuovo. Questa volta la traversata è un po’ più lunga. Sbarchiamo a Volda e da qui seguiamo le indicazioni per Runde, che raggiungiamo passando da isola a isola attraverso ponti molto arcuati, che consentono il passaggio dei grossi pescherecci, che vediamo ormeggiati nei porti.
Giungiamo al camping Goksöyr intorno alle ore 17.30. Vicino alla reception ci sono la calotta cranica e una costola di una balena. Ci assegnano un posto in prima fila di fronte al mare e ci danno chiare informazioni: una cartina dell’isola con segnati i sentieri e una spiegazione in italiano su come fare per raggiungere i luoghi di osservazione dell’avifauna.
Siamo galvanizzati! Appena posteggiato il camper, Giuseppe mi chiede di preparare la cena per le 19.00. Prende la macchina fotografica e va sulla scogliera a dare respiro alla sua passione e al suo estro. Rientra pieno d’entusiasmo, perché tra gli scogli ha individuato un nido di fulmar, con la femmina e la sua nidiata.
Dopo cena, preparate le macchine fotografiche e gli obiettivi, prendiamo i bastoncini, ci copriamo bene e ci incamminiamo sul sentiero, che con una lunga erta ci porta in alto sulla scogliera, a precipizio sul mare.
Il gestore del campeggio ci ha indicato sulla cartina dove, dopo le ventuno, arrivano i puffin per trascorrere la notte. Quaranta minuti di salita e siamo vicini alle nubi, che corrono basse lambendo la fradicia erba.
Dal prato si alza in volo uno skua, che va a posarsi più lontano. Eccoci finalmente in alto. Le grida dei gabbiani si sentono forte e si mescolano con il fragore dei flutti marini che attaccano con insistenza la base delle grigie falesie. Ogni anfratto ospita una colonia di una determinata specie di uccelli.
Dopo la scogliera dei gabbiani, c’è quella dei puffin. Questi piccoli uccelli volano e si posano in continuazione, dandosi il cambio al nido per proteggere le uova e la nidiata dall’attacco dai famelici gabbiani.
I puffin con le corte zampine palmate di un bel colore arancione e il becco importante dello stesso colore, vivacizzato da delle strisce blu e rosse, la livrea nera e bianca, sono proprio belli e forse lo sanno. Troviamo già sul posto altri turisti e insieme a loro Giuseppe inizia a scattare foto a ripetizione. I puffin sembrano divertiti da questo silenzioso trambusto. Saltellano di roccia in roccia, si mettono in posa, poi spiegano le corte ali e si tuffano nel vuoto per poi planare sul terreno muovendosi con goffi passettini.
Due ragazzi di origine araba, che ci avevano superato durante la salita e che si erano fermati per fotografarsi vicendevolmente mettendo i piedi sull’orlo del precipizio, arrivano adesso alla scogliera dei puffin. Schiamazzando iniziano a scendere lungo il sentiero. Spaventano i simpatici uccellini, che prendono il volo.
Paola sfodera lo sguardo severo della professoressa e portando il dito indice alla bocca con un sibilo li zittisce. I due se ne vanno. I puffin, tranquillizzati, ritornano per la gioia di chi è salito fin quassù per ammirarli.
E’ trascorsa un’ora e ci sembra di essere appena arrivati. Il cielo inizia ad imbrunire, diamo un’ultima occhiata alla scogliera, dove ogni uccello sta trovando il suo posto per trascorrere la notte, e torniamo al campeggio.
C’è alta marea, il mare ha coperto quasi tutti gli scogli e si infrange a pochi metri dal camper. I gabbiani intrecciano gli ultimi voli e piano piano si zittiscono. Noi ci prepariamo una calda tisana con le erbe aromatiche dei frati di Camaldoli e ci dedichiamo ai nostri compiti delle vacanze.

 

Martedì 31 luglio

Grigio è il cielo, grigio pure il mare, però non piove. Va bene così.
Mentre facciamo colazione, assistiamo a una disputa territoriale. Posato su uno scoglio, c’è un grosso gabbiano con le penne nere. Dal cielo scende gridando un gabbiano imperatore e lo punta. Gli passa vicino con strida minacciose, questo risponde a sua volta lanciando a becco spalancato un grido di rimando. L’attaccante lo supera, recupera un po’ di altezza, vira e ritorna agguerrito. L’azione si ripete più volte, ma il gabbiano dalle penne nere non si schioda dal suo scoglio. Allora al primo assalitore se ne aggiunge un altro. Attaccato su due fronti, il gabbiano dalle penne nere prende il volo.
Usciamo per una breve passeggiata fino al termine della strada. Delle semplici casette di legno colorato e una
 rossa fattoria sfruttano l’esigua striscia di prato presente tra il monte e il mare. Simpatiche sono le cassette della posta, personalizzate con dei disegni. E’ quasi mezzogiorno dalla scogliera alle nostre spalle si alzano forti i versi dei gabbiani. Essi prendono il volo contemporaneamente e scendono verso il mare, che si sta ritirando per la bassa marea. Per i gabbiani il banchetto è servito. Arrivano anche i fulmar e altri uccelli. Lottano per la scelta dello scoglio migliore, ognuno lancia versi acuti. Quando tutti hanno trovato un posto, cala il silenzio e ciascuno inizia a saziarsi.
Più tardi anche noi pranziamo, un paio di panini e mezza mela. Il pasto è leggero per non far fatica durante la passeggiata del pomeriggio.
Risaliamo sulla cima della falesia e quando siamo in prossimità della scogliera abitata dai gabbiani, seguiamo il sentiero che devia a destra. Percorriamo il margine roccioso e giungiamo sulla punta del promontorio. Davanti a noi il mare aperto, calmo e fermo si sta colorando di blu, perché nel cielo alcuni occhi azzurri si dilatano sul mondo. In basso la grigia roccia è tinta di bianco.
Appollaiati sugli spuntoni, ci sono tantissime sule, in cova. Sono uccelli marini di media grandezza, dal collo lungo e mobile, che sorregge il capo dorato. Il piumaggio del corpo è bianco, le ali sono lunghe e sottili e terminano con alcune penne nere.
Alla nostra sinistra il dedalo di promontori e isole disegna la tormentata morfologia della costa. Alla nostra destra vediamo in lontananza altri speroni rocciosi, scogli e isole.
Dalla punta scendiamo verso il vecchio faro, con una ripida discesa su un terreno erboso molto umido. Il faro ora è in disuso. E’ costruito su una lingua granitica, che si allunga dalla base della falesia.
  Vediamo l’antica torre e alcune casupole bianche.
Siamo soli. Il silenzio è interrotto solo dal mormorio del mare e dai versi di alcuni uccelli che volano alti. Immaginiamo la solitudine del guardiano, specie nei lunghi e bui giorni invernali, magari flagellati dalle tempeste.
Per tornare indietro percorriamo un altro sentiero. Risaliamo sulla cima della falesia e poi scendiamo lungo il suo crinale. Camminiamo su un suolo acquitrinoso e torboso. Ad ogni passo con i bastoncini tastiamo il terreno per non affondare troppo. Più che un sentiero per uomini, è un tracciato per pecore e capre e le troviamo belanti intente a brucare l’ispida erba. Con un lungo giro ci ricongiungiamo al sentiero di partenza e dopo quattro ore e mezzo siamo di nuovo in campeggio. Gli equipaggi, che ieri erano vicino a noi, sono partiti, ora abbiamo un solo vicino: una famiglia olandese.
Dopo cena riceviamo una telefonata. E’ Daniele, che ci passa Niccolò, che è appena tornato dal mare. Ci saluta con uno strillo e quando Paola gli chiede se è abbronzato, alza la maglietta.
 

 

Mercoledì 1 agosto
Durante la notte si è alzato il vento ed è anche piovuto un po’. Ci alziamo quando la bassa marea ha richiamato ancora sugli scogli, ora asciutti, i numerosi uccelli, che si cibano dei piccoli molluschi.
Il programma di oggi prevede un breve spostamento di 80 km, fino a Ålesund. Impiegheremo circa due ore, considerate le strade tortuose, che contornano i fiordi, gli stretti ponti di passaggio da un’isola all’altra, una traversata in traghetto di circa mezz’ora e qualche sosta per le fotografie.
Arriviamo a Ålesund all’ora di pranzo, transitando attraverso una galleria, scavata sotto il mare, lunga quattro chilometri. Ci fermiamo all’area camper, che è nella zona del porto, a poche centinaia di metri dal centro della città. Posteggiamo davanti al mare. Il pomeriggio lo dedichiamo alla visita della città. Ålesund, poco considerata come meta turistica, è invece una città, che a nostro parere merita di essere visitata. La sua architettura è molto diversa da quella tipica norvegese. Ricostruita all’inizio del XX secolo, dopo essere stata distrutta completamente da un rovinoso incendio, ha case in muratura abbellite con torrioni e fregi colorati.
Tranquilla e silenziosa, senza traffico, la giriamo con piacere, anche se non ha monumenti importanti e musei particolari. Camminiamo lungo le sue strade principali ammirando le case decorate. L’aria è fredda, il vento ha liberato parzialmente il cielo, il sole è caldo.
Ålesund sorge su un’isola, allo sbocco di due fiordi. Con la sua pianta arcuata sembra abbracciare il mare di Norvegia. Dal molo osserviamo l’ampio panorama chiuso all’orizzonte dalle isole presenti nel fiordo e dal crinale, che lo delimita a nord. Poi raggiungiamo il parco cittadino, dove si trova la statua di Rollon, un capo vichingo nato e vissuto in questa città. Il parco si estende su tutta la collina, che domina il centro abitato. Un ripido sentiero di più di 400 scalini s’inerpica fino alla cima. Saliamo, dall’alto la vista è molto bella. Vediamo i due fiordi, la città con le sue case colorate, la grande chiesa, che era chiusa, il porto turistico e quello commerciale, dove è ancorata una nave da crociera e da dove è appena partito un grosso peschereccio.
Il sole è ancora alto, anche se è già sera. Il braccio di mare che va al porto è trafficato. Passano pescherecci, navi da carico e anche l’Hurtigruten, la nave postale, che percorre la costa fino a Capo Nord.
Intanto all’area camper sono arrivati tanti equipaggi. Vicino a noi hanno posteggiato un camper austriaco e uno svedese. Alcuni pescano e rapidamente abboccano pesci di discrete dimensioni. Ci sono anche sei caravan inglesi con molti bambini, che giocano schiamazzando, mentre i loro genitori sono completamente assorti nella pesca. Anche un ragazzino si destreggia con la canna. Giuseppe lo osserva. Quando cattura un pesce, lo offre generosamente a Giuseppe, che accetta il regalo. Domani sera lo cucinerà alla griglia.
Alle 22.30 l’orizzonte si tinge di rosa, auspicio di una nuova bella giornata.
 

Giovedì 2 agosto
Quando Paola è in vacanza, dopo cena, si concede mezz’ora di relax e gioca a carte. Fa sei solitari. Li ha imparati da bambina andando in vacanza con il nonno Luigi. Per il nonno il solitario chiamato Napoleone, se si risolve, annuncia il cambiamento del tempo, altrimenti conferma per il giorno dopo il tempo che è stato. Ebbene ieri sera Napoleone si è risolto senza neppure l’utilizzo della “mossa strategica” e questa mattina c’è una bella e tersa giornata di sole. Mitico nonno!
Oggi con uno spostamento di circa 100 km ci dirigiamo ancora a nord fino a Bud, un piccolo borgo situato sulla sponda settentrionale e sulla punta più occidentale del Frænfjorden.
Da Ålesund al Moldenfjorden le strade sono simili ad altre già percorse. Ci addentriamo nella penisola, saliamo fino a trecento metri, transitiamo in una zona boscosa costellata di laghetti, che hanno come sfondo cime innevate, poi scendiamo e a Vestnes ci imbarchiamo su un traghetto, che con una traversata di dieci chilometri ci porta a Molde, cittadina che sta sulla sponda settentrionale del fiordo omonimo.
Le traversate con i traghetti hanno un costo variabile e a sorpresa. Variabile, perché non dipende dalla lunghezza della tratta, probabilmente il prezzo del biglietto è dovuto all’essenzialità del servizio: se non ci sono vie alternative, allora il costo è elevato. A sorpresa, perché le tariffe non sono esposte agli imbarchi. Quanto si paga, lo dice il bigliettaio, quando si affaccia al finestrino del mezzo dopo la partenza.
Da Molde ripartiamo per Bud. Per superare un ennesimo costone entriamo in una galleria lunga tre chilometri. E’ a pagamento. Qui in Norvegia per entrare in alcune città, come Oslo e Bergen e su alcune strade si deve pagare un pedaggio. Abbiamo letto e a Oslo ce l’hanno confermato, che le telecamere registrano il passaggio e poi senza oneri aggiunti arriverà a casa entro tre mesi la quietanza di pagamento. All’uscita di questa galleria troviamo invece il casello.
Il paesaggio ora è diverso. Siamo sul Frænfjorden, un fiordo poco profondo, dall’acqua blu e la vegetazione lussureggiante.
Ci fermiamo al Bud camping, che si affaccia al porticciolo. Il sole caldo ci invita all’abbronzatura. Sulle nostre poltroncine gli offriamo il viso.
Il campeggio dista un chilometro dal paese. Con una breve passeggiata lo raggiungiamo. Bud in origine era un piccolo borgo di pescatori. Ora, intorno all’antico nucleo, dove si svolge ancora l’attività marinara, l’insediamento si è ampliato. Tuttavia la fisonomia non è mutata, perché le nuove case sono anch’esse di legno colorato, edificate secondo l’architettura tradizionale. La chiesa di legno bianco si distingue per il suo campanile a cipolla. Sulla sommità del promontorio sorge il Romsdalmuseet.
E’ un memoriale della seconda guerra mondiale, insediato su una postazione militare costruita dai tedeschi e utilizzata dagli stessi tra il 1940 e il 1945, come bunker e luogo di avvistamento. Il bunker è sotterraneo, ha le abitazioni dei soldati, la postazione di avvistamento, mascherata nella roccia del promontorio e l’equipaggiamento tecnologico.
Nel 1940 la Norvegia, che si era dichiarata neutrale, fu invasa dai nazisti. Nel corso della guerra subì pesanti distruzioni. Nel bunker sono esposte alcune pagine dei giornali dell’epoca con le fotografie delle città bombardate. Esternamente sono rimasti un cannone e una mitragliatrice. A noi farebbe un certo effetto abitare nelle case sottostanti, in pratica sotto tiro.
Ed eccoci all’ora di cena. Giuseppe fotografa il merlano di 450 g ricevuto in dono ieri e già se lo mangia con gli occhi. Poi avvia il grill e, soddisfatto della cenetta, con un sms la descrive al suo amico Roberto, che si diletta anche nella pesca.

 

Venerdì 3 agosto
Questa mattina si presenta ancora più promettente rispetto a ieri. Il cielo sul mare è completamente sereno e il sole annuncia una giornata calda. Le montagne stanno ancora dormendo avvolte da una soffice coltre di nubi. Il vento intenso dà la certezza di spazzarle via e di mantenere il bel tempo.
Ci mettiamo in marcia. Oggi ci spostiamo di circa 70 km in direzione Kriastiansund. Viaggiamo lentamente lungo la rinomata Atlanterhavsvegen. E’ la strada nazionale, che percorre la costa. Abbiamo con noi una mappa recuperata ieri al museo di Bud. Essa riporta i punti paesaggistici più interessanti.
Poco dopo Bud ci fermiamo. Siamo a Kjeksa-Hustadvika. Qui da un’ampia piazzuola panoramica osserviamo la costa modellata dal mare e dal vento. Le grigie rocce spiccano nel blu e quelle sommerse giocano con i flutti, che rimbalzano spumosi. Ripartiamo e dopo un paio di chilometri deviamo verso Askvågen. Una stretta strada ci conduce su una frastagliata propaggine della costa. Gli innumerevoli isolotti disegnano nel mare un intricato labirinto. Proseguiamo e questa imperdibile strada ci porta a Skotten. Altri isolotti, alcuni supportano dei fari, segnali essenziali in questo dedalo. Il mare ha sfumature che variano dal turchese al blu intenso.
E’ passato mezzogiorno. Davanti a un panorama così incantevole prepariamo un pranzo mediterraneo: penne al ragù, cucinato ieri sera, dolcissime fragole al naturale, un biscottino per accompagnare il caffè. La nostra scelta di sosta è approvata da una coppia di olandesi, che si fermano col loro camper e pranzano alla loro maniera: fette di pane spalmate con qualche crema salata. Un cenno di saluto e ripartiamo. A Vevang, punta settentrionale della penisola che chiude a sud il Sandøyfjorden, inizia il tratto più spettacolare. La strada saltella tra un isolotto e l’altro con ponti e terrapieni e nel mezzo, per consentire il transito delle barche a vela e dei pescherecci, ha un ponte molto arcuato, un po’ attorcigliato su se stesso. E’ d’obbligo la sosta. Giungiamo quindi sull’isola Averoya e anche qui ci fermiamo e volgiamo lo sguardo all’indietro. Molti turisti stanno pescando dal ponte. L’aria è sferzante e fredda, nonostante il sole, ma loro sono gente del nord! C’è persino un vecchietto a dorso nudo! Noi invece indossiamo il pile e la giacca impermeabile.
Ora la strada si addentra nell’isola, ma a noi è rimasto il desiderio di bellezza, perciò guardando l’atlante ci lasciamo ispirare da una via secondaria che si dirige verso una punta, che guarda il mare aperto. La seguiamo e arriviamo a un borgo di pescatori. L’aria sa di pesce, numerosi essiccatoi occupano le rive. Su di essi saranno stesi i merluzzi, che diverranno stoccafisso.
Le piccole casupole rosse, incorniciate di bianco, si affacciano sugli anfratti più riparati della costa, mentre i pescherecci sono ancorati dove il mare è più profondo. Torniamo leggermente indietro, a Hasloy seguiamo l’indicazione camping. La strada diventa ancora più stretta, nell’ultimo tratto è sterrata. In località Lysø, su un piccolo e roccioso promontorio, compresso tra due insenature, troviamo il campeggio. Sono le ore 16.00. Ci fermiamo e ci regaliamo delle ore di assoluto riposo.

 
Sabato 4 agosto
Dice il proverbio: “Non c’è due senza tre”, però qui in Norvegia è pretendere troppo. Così il terzo giorno consecutivo di sole non c’è. Questa giornata di trasferimento si presenta col cielo bigio e assenza di vento.
Lasciamo il campeggio più silenzioso che abbiamo trovato: nessun scroscio d’acqua di fiumi e cascate, niente pioggia, non lo sciabordio del mare, non le grida dei gabbiani.
Su un morbido e assorbente fondo erboso, protetti dalle rocce della scogliera, abbiamo dormito un sonno profondo, davvero tonificante.
Salutiamo l’equipaggio dell’unico camper che ha condiviso con noi questo paradiso, una giovane coppia austriaca con una bimbetta di circa un anno e partiamo verso la nostra meta, che è Trondheim.
Ritrovata la statale, la percorriamo in direzione nord. Volgiamo un ultimo sguardo all’isola di Averoya, molto rocciosa e poco popolata, prima di imbucarci nel lungo tunnel sottomarino a pagamento, che ci fa uscire a Kristiansund. Alla prima rotonda troviamo, fermi a leggere l’atlante stradale, i due motociclisti italiani, che ci avevano superato appena prima del tunnel. Apprezziamo la comodità del navigatore, ma anche a noi piace procedere come facevamo fino a pochi anni fa, quindi l’atlante lo abbiamo sempre aperto alla pagina appropriata.
Kristiansund è una città che occupa alcune isole alla fine di un articolato fiordo. La guida dice che essendo stata distrutta nel 1940, si presenta come una moderna città portuale. Non ci fermiamo. Con un altro tunnel e un ponte arriviamo sulla parte terminale di una lunga penisola, che separa due fiordi. La attraversiamo trasversalmente, quindi saliamo e scendiamo immersi in un paesaggio alpino. Giunti sulla riva dell’altro versante, prima di imbarcarci sul traghetto pranziamo. Qui ci raggiungono nuovamente i due motociclisti, che s’imbarcano subito.
Ripresa la marcia, seguiamo fino in fondo il profilo di un altro ramo del fiordo che ha Kristiansund come sentinella. Poi la statale si addentra nell’entroterra. Una bella zona spopolata, ricca di foreste, ci ricorda la Svezia, però questi boschi hanno una maggiore presenza di latifoglie. Lungo questo tratto di strada non c‘è traffico. Vicino a un laghetto ci concediamo una pausa caffè.
A Orkanger ci affacciamo su un altro grande fiordo il Trondheimsfjorden. L’ultimo tratto di strada corre in un verde territorio agricolo, che si sta colorando di giallo, per la maturazione quasi ultimata dei cereali. Le fattorie sparse spiccano con il loro colore rosso, insieme ai covoni di fieno avvolti nella plastica bianca. Verdi i prati, bianchi i covoni, rosse le fattorie, anche in Norvegia troviamo il tricolore!
Arrivati a Trondheim, nel quartiere Lade cerchiamo l’area camper, seguendo alcune indicazioni lette su dei reportage un po’ datati. Non la troviamo e non avvistiamo neppure alcuna indicazione. Chiediamo a più persone, ma nessuno la conosce. Decidiamo quindi di pernottare in campeggio. Il più vicino alla città dista 10 km. E’ a Flakk, vicino all’imbarcadero. Alla reception ci consegnano la mappa della città e ci danno delle precise indicazioni su dove posteggiare l’indomani il camper. Concludiamo la giornata con una gustosa cenetta: grigliata di carne.
 

Domenica 5 agosto
Nella notte è piovuto debolmente e con una certa continuità, però al primo chiarore la pioggia è cessata. Il cielo è ancora coperto su tutto il fiordo, tuttavia quel grigiore alto e compatto non è foriero di pioggia. Ci dirigiamo a Trondheim. Posteggiato il camper secondo l’indicazione ricevuta, indossiamo la giacca impermeabile per proteggerci dal freddo e per precauzione.
Trondheim al primo sguardo si presenta come una città anonima. Ci dirigiamo alla cattedrale, che è il più importante monumento della città. Oggi, domenica mattina, essendo previsto il servizio religioso, ha l’ingresso gratuito, così come è gratuito il posteggio domenicale. Quello che risparmiamo equivale al costo del campeggio. Questa è una nota positiva.
La cattedrale è dedicata a sant’Olav, fondatore della città. Olav è stato un capo vichingo, grande combattente. Convertitosi al cristianesimo, nel 1015 invase la Norvegia e con la forza impose la nuova religione. Nel 1030 morì in battaglia. Le saghe narrano che nel luogo della sua sepoltura avvennero dei miracoli. Anni dopo, fu riesumato e il suo corpo fu trovato intatto. La Chiesa lo proclamò santo. In città si costruì una chiesa per dargli una degna sepoltura. Il suo corpo è conservato in un sarcofago d’argento. Nei secoli la prima chiesa è stata ampliata, rimaneggiata e infine ricevette lo status di cattedrale.
Oggi si presenta come un imponente edificio, costruito in muratura con una pietra verde, grigio, blu, chiamata steatite.
  La sua facciata con arcate gotiche sostenute da sottili colonne è molto bella. L’interno, piuttosto buio, riceve una luce policromatica dal rosone della facciata. Diciamo una preghiera davanti a un crocefisso e poi usciamo. Oggi non partecipiamo alla messa, perché a Trondheim non c’è la chiesa cattolica, celebreremo questa sera la liturgia della Parola.
Poco distante dalla cattedrale scorre il fiume Nid, che è prossimo alla foce nel fiordo. Superando l’antico ponte di legno, giungiamo a Bakklandet, il vecchio quartiere portuale. I grandi magazzini di legno, costruiti su palafitte, sono stati trasformati in abitazioni e locali pubblici. Alle loro spalle, sulle strette vie si affacciano piccole case di legno. Trondheim, terza città norvegese come importanza e quarto centro urbano che visitiamo, ci delude un po’.La Norvegia è bella per i suoi paesaggi, non certo per le sue città.
Trondheim è il punto più a nord raggiunto nel nostro viaggio, siamo a 63° di latitudine. Ripartiamo e da questo momento il senso di marcia s’inverte: direzione sud.
Attraversiamo un’ampia zona agricola, poi risaliamo il corso del fiume Guala, dalla trasparente acqua torbosa. A Storen, in una piazzuola picnic pranziamo. Nel fiume, equipaggiati con salopette gommate, immersi fino all’inguine, alcuni pescatori tendono agguati ai salmoni, praticando la pesca a cucchiaio. La strada sale dolcemente, in una forra con un ponte supera il fiume, che proprio lì forma una cascatella. Sosta. Un sentiero ci conduce in prossimità della cascata. Ai suoi margini ci sono delle pietre di un bel colore verde e una che sembra d’oro. Paola le raccoglie e cercherà di capire di che cosa si tratta.
Ripreso il viaggio, intorno ai 700 m di altitudine, scolliniamo e seguendo il corso di un altro fiume giungiamo a Røros, dove alloggiamo al camping Idretts Parken Hotell. Sistemato il camper, con una passeggiata di dieci minuti, andiamo in paese.
Røros è stato un villaggio minerario. Nel suo sottosuolo c’erano filoni di rame, che sono stati sfruttati per anni. Ora la miniera è chiusa. Il paese conserva ancora la sua antica struttura.
Lungo la via principale, le case di legno, tutte colorate, ospitano dei negozi. La via conduce alla chiesa. E’ tutta di legno, esternamente è verniciata di bianco. E’ aperta, la visitiamo. Internamente è decorata in azzurro. Ciò che ci colpisce è la sistemazione dei posti. Sembra un teatro: c’è la platea composta di panche, ai lati ci sono due fila di palchi; tra essi, di fronte all’altare il palco reale. Il pulpito non è laterale, come in tutte le chiese, ma è posto sopra l’altare.
Intorno alla chiesa, disseminate sulla collinetta lapidi antiche e recenti formano il cimitero del paese. Attraverso un vicolo sterrato raggiungiamo quella che è stata la cittadella mineraria. Spiccano imponenti gli ammassi di ganga, cioè i detriti della lavorazione del materiale roccioso, da cui è stato estratto il rame. Saliamo su queste dune sassose e osserviamo dall’alto la vecchia fonderia, le casupole dei minatori e un mucchio di terra rossa.
Lungo il fiume ci sono le vecchie case dei minatori, alcune sono ancora abitate. Siamo curiosi, sbirciamo dentro ad alcune finestre. I locali sono piccoli, sobriamente arredati. Vicino a una casa troviamo posteggiata una vecchia Ford made in USA, con l’avviamento a manovella.
Di fronte a noi il cielo diventa sempre più nero, mentre alle nostre spalle è ancora parzialmente sereno, ma il vento ci soffia in faccia. Affrettiamo il passo e arriviamo in campeggio proprio quando iniziano a scendere i primi goccioloni, che diventano in breve tempo un intenso acquazzone.
Siamo lontani dall’Italia da tre settimane e abbiamo poche notizie del nostro paese. In questi giorni ci mancano maggiormente quelle concernenti i giochi olimpici. Siamo a conoscenza di alcuni successi dei nostri azzurri, ma ci è mancata la visione di alcune gare. Sono quasi le 22.50, tra pochi minuti c’è la finale dei 100 metri uomini.
Giuseppe è proprio dispiaciuto di non riuscire a vederla. Improvvisamente il suo rammarico, come per magia, si trasforma in gioia. Vicino a noi c’è un caravan di norvegesi. Essi accendono la televisione, che hanno messo nell’angolo della veranda. Dal finestrino del nostro soggiorno vediamo, attraverso la cerata trasparente della loro veranda, lo schermo della televisione. Per essere nel vivo dell’evento, Giuseppe prende il binocolo e segue con entusiasmo e soddisfazione la galoppata vincente di Bolt.

 
Lunedì 6 agosto
Lasciamo Røros diretti a Lillehammer. Abbiamo davanti a noi poco più di 250 km. Nel primo tratto di strada seguiamo il corso del fiume Glåma. Lo abbiamo conosciuto giovane e irruente a Røros e lo vediamo via via più maturo. Se la valle è larga, anche il suo letto si distende, l’acqua scorre lentamente e diventa la risorsa irrigua per le numerose fattorie. Quando la valle si restringe, gli erbai e i pascoli lasciano spazio al bosco. Alte fustaie dal legno rossiccio profumano l’aria. Lungo il ciglio della strada, molti fiori spontanei ingentiliscono il percorso.
Nella piazzuola dove gustiamo il caffè di metà mattina Giuseppe raccoglie delle splendide margherite, che rallegreranno la nostra casetta in sostituzione dell’erica ormai sfiorita.
Giunti ad Atna, svoltiamo a destra e dopo un paio di chilometri a sinistra. Dobbiamo attraversare l’altopiano Alvdal Vestfjell.
La strada sale velocemente fino a un’altezza di 700 metri. Viaggiamo in un ambiente boscoso incredibilmente disabitato. La Norvegia pur avendo pochi abitanti ha un gran numero di case sparse sul territorio. Conifere, betulle, altre latifoglie e il sottobosco di soffici licheni bianchi ci ricordano ancora una volta la Svezia. Ora saliamo con minore pendenza. Il bosco diventa sempre meno fitto e meno ricco di specie arboree. A 800 metri rimangono solo le conifere e qualche betulla. A 900 metri anche questi alberi non riescono più a crescere.
Il territorio diventa una sconfinata pietraia ricoperta di muschi e licheni, mentre vicino ai gorgoglianti torrentelli crescono degli arbusti nani dal fogliame grigio, verde. La strada sale ancora fino a 1400 metri. Questo vasto altopiano, fatto di conche palustri, laghetti, tundra e rocce nude, è l’ambiente ideale per le renne, ma i norvegesi, grandi cacciatori, le hanno tutte sterminate. Si presenta quindi come una landa deserta.
Se non fosse così presto e se non avessimo già programmato in modo equilibrato le tappe del rientro, ci fermeremmo qui per goderci una notte solitaria in compagnia del vento.
In una piazzuola troviamo numerosi
troll, così sono chiamate anche le pile di pietre, che sono accatastate le une sulle altre. Anche noi aggiungiamo un sasso al troll più alto, prima di iniziare la discesa.
Questo versante, contrariamente all’altro è più abitato. La grande discesa termina a Ringebu, dove troviamo una Stavkyrkje, Un’altra sosta si impone. Poi proseguiamo senza interruzioni fino a Lillehammer, il paese che nel 1994 ha ospitato i giochi olimpici invernali e che noi ricordiamo per due eventi spettacolari. La bellissima cerimonia d’inaugurazione dove tra le sculture di ghiaccio, pattinando, si rincorrevano i mitici troll, gli gnomi del bosco, come in una magica danza. La medaglia d’oro vinta dalla nostra staffetta maschile, De Zolt, Albarello, Vanzetta, Fauner, nella quattro per dieci chilometri, sulla favorita squadra di casa. Dopo lo sconcerto, i norvegesi molto sportivamente hanno applaudito i nostri grandi e forti atleti.
Ci rechiamo subito allo stadio del salto con gli sci, dove c’è ancora la fiaccola olimpica. Si stanno allenando alcuni giovani atleti, maschi e femmine. Li osserviamo nel loro continuo impegno. Salgono in alto con la seggiovia e poi via una rapidissima scivolata sul trampolino fino allo stacco, per volare lontano, con stile, fino all’atterraggio, oggi sull’erba, quest’inverno sulla neve. Poi si tolgono gli sci, escono dal campo di atterraggio, lavano gli sci per togliere i residui d’erba e sono già in risalita, pronti per una nuova scarica di adrenalina.
Qui salutiamo la Norvegia, con la promessa di ritornare. Alle 21.30 la Norvegia ci saluta donandoci un purpureo tramonto sul lago di Lillehammer.

 

RINGRAZIAMENTI

All’amica Michela, che prende sul serio la mia passione di scribacchina.

All’amico Roberto per la consulenza motoristica.

A Dario, capofficina di Eurocamion, per l’efficace aiuto a distanza.